“L’economia del Mezzogiorno in questi anni ha sofferto perché è calata in generale l’economia italiana e ha sofferto di più nella seconda fase della recessione in cui si sono registrati il congelamento degli stipendi pubblici e il taglio degli investimenti pubblici, cioè la fonte primaria dell’economia del Sud e soprattutto si è riscontrato un aumento forte della povertà, specialmente al Sud. Nel 2018 i poveri assoluti sono saliti da 1,8 a 5 milioni, +178%, al Nord da 688mila a 1,9 milioni (+175%), al Sud da 787mila a 2,4 milioni (+199%). E la soglia di povertà per una famiglia con tre persone è di 1.027 euro al mese in una grande metropoli del Nord, mentre in un piccolo comune del Sud è di 684 euro”. Lo ha detto, questa mattina, l’economista e Luca Paolazzi, partner Ref Ricerche, nel corso di “Forecasting the Future: Il coccodrillo si è affogato”, giornata conclusiva della XII edizione delle Giornate dell’Economia del Mezzogiorno, realizzate da Diste Consulting e Iseest, con il patrocinio di Comune, Ars, Università di Palermo, Irfis FinSicilia, Gesap, Svimez, Amat e Ance Palermo.

Nel corso dei lavoro è stato fatto il punto sull’economia nazionale e internazionale e, naturalmente sul Mezzogiorno del paese, alla presenza, tra gli altri, Alessandro La Monica, presidente Diste Consulting, Pietro Busetta, presidente Iseest, Giovanni Pepi, giornalista, Andrea Boltho, Magdalen College, il direttore de “Il Quotidiano del Sud” Roberto Napoletano, Antonio Barone dell’Università degli Studi di Catania, Maurizio Caserta dell’Università degli Studi di Catania, Adriano Giannola, presidente Svimez, Salvatore Matarrese, presidente Obi, Fabio Mazzola, prorettore vicario dell’Università degli Studi di Palermo.

“Un terzo del Paese – ha sottolineato Paolazzi – vive con livelli di benessere che sono la metà rispetto a quelli del Nord e il problema è che non riesce a trovare una spinta autonoma per risollevarsi. Il Sud deve essere una priorità nazionale e la base di tutto riguarda elementi come il controllo del territorio, lotta alla corruzione, sanità che punti sulla qualità e sul contenimento dei viaggi della speranza e – ha aggiunto Paolazzi – direi soprattutto istruzione. Inoltre i collegamenti infrastrutturali. Il Ponte sullo Stretto? Se serve a rimettere al centro il Mezzogiorno che ben venga, ma se pensiamo che con il Ponte si risolvono i problemi non è così. Non abbiamo bisogno di nuove cattedrali nel deserto”.

“Nel 2019 siamo rientrati in recessione – ha detto Adriano Giannola, presidente Svimez – e il Mezzogiorno si lega allo stato di salute del resto del Paese. Bisogna coordinare in modo cooperativo una strategia usando e attivando gli strumenti a disposizione, attraendo investimenti e attivando le Zes. Il Mediterraneo è un centro importante nel mondo globale e noi siamo inerti. Da anni – ha aggiunto Giannola – abbiamo rinunciato alla funzione geopolitica nel Mediterraneo e ci vuole una forte presa di coscienza rispetto alle strategie degli ultimi 30 anni. Abbiamo bisogno di una crescita del 2-3%, non dello zero virgola e in tutto questo l’Europa ci sta abbandonando per nostra incapacità”.
I dati presentati da Luca Paolazzi, partner di Ref Ricerche, indicano che “in Italia per ripristinare il capitale pubblico esistente serve piano da 570 miliardi in dieci anni.

Tra il 2011 e il 2019 lo stock di capitale pubblico si è ridotto di 70 miliardi. Per fermare l’emorragia occorrono 50 miliardi di investimenti l’anno, contro i 42 indicati dal governo per il 2020. Per ripristinare il capitale esiste nel 2011 occorre investire 57 miliardi per dieci anni”. La povertà in Italia rimane molto elevata: “Nel 2018 i consumi erano del 6,9% sotto i livelli del 2007, -1.160 euro a testa, come se si rinunciasse a consumare per 26 giorni all’anno. Al Sud la differenza è dell’11%, -1.500 euro, sei settimane di rinuncia. Nel Nord Ovest e nel Nord Est -4,0%, -780 euro, 2 settimane di non consumo”. Il benessere al Sud è rimasto inchiodato ai minimi, secondo Ref Ricerche. L’indicatore di benessere elaborato da Ref Ricerche dice che “ovunque in Italia si sta peggio che nel 2007. Ma in alcune regioni di meno e in altre di più. Trentini-alto atesini e valdostani sono tornati ai livelli 2007. I lombardi sono a mezza via nel recupero, come i lucani e i molisani. Nelle altre regioni non c’è stato alcun recupero. Mentre nel Nord l’indice è a 100 o sopra, la Sicilia è scesa da 86 a 73 e la Calabria da 85 a 71. La Campania ha continuato ad andare indietro: 88, 82, 79.

Busetta ha ricordato che “ogni anno soltanto dalla Sicilia vanno via 25mila persone e 100mila nel Mezzogiorno, ogni famiglia ha un figlio o un nipote che va via, figli che vanno al Nord per guadagnare 1.200 euro al mese che vengono integrate con almeno altri 500-600 al mese dalle famiglie che probabilmente acquisteranno al Nord anche una casa e di conseguenza le nostre case registrano una netta svalutazione. La verità – ha rimarcato Busetta – è che ci sono due Paesi, due Italie. E le previsioni ci indicano che nemmeno nel 2027 raggiungeremo al Sud i livelli del 2008 e noi in Sicilia restiamo sempre ultimi rispetto al resto del Mezzogiorno. La situazione in Sicilia resta drammatica con 1 milione 350 mila occupati, abbiamo perso almeno 150 mila occupati rispetto a una decina d’anni fa e il Mezzogiorno non può essere lasciato al suo destino perché il rischio è che si tira dietro di sé il resto d’Italia”, ha concluso Busetta.