dall’ammuina al nuovo ordine sociale

 

Il nostro è un Paese che negli ultimi anni ha perso smalto e vigore, un Paese che in tutte le classifiche degli indicatori più importanti è rimasto indietro.

Bastano alcuni dati per dimostrare i grandi passi indietro che il Paese ha fatto negli ultimi anni. Il primo, come un gambero, il Paese lo ha fatto nel turismo. Rispetto al dato mondiale in termini di numero di visitatori l’Italia rimane ora, dietro molti paesi compresa la Spagna; nell’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area ci piazziamo invece dietro Cile, le Isole Caiman e la Polonia, così come nel numero di occupati rispetto alla popolazione complessiva (la Gran Bretagna con popolazione e struttura per età piuttosto simili ha oltre 30 milioni di occupati, contro i 22 milioni dell’Italia). In termini di PIL pro capite poi l’Italia si attesta a 36.130$, contro i 48.110$ del Regno Unito, 44.030$ della Germania e i 42.380$ della Francia.

E’ un destino avverso che ci sta portando fuori dal novero dei paesi industrializzati e che rende difficile una ripresa sempre annunciata e mai veramente consolidata? Oppure è il prevalere di forze sociali inadeguate che pensano di poter distribuire le risorse senza crearle il vero problema?

Che sia forse un sistema istituzionale arretrato, un dualismo economico mai risolto e, in fin dei conti, una classe dirigente e politica ormai fuori dalla storia che non riesce ad adottare le soluzioni appropriate per un rilancio possibile il vero problema?

Noi propendiamo per la seconda ipotesi ed è questo il motivo della scelta dell’argomento della nona edizione delle giornate dell’economia e del trentesimo osservatorio congiunturale!

L’ammuina è un’antica pratica in voga sule navi della flotta borbonica. Un comando che veniva impartito ai marinai e che consisteva nel far muovere la ciurma da una parte all’altra dell’imbarcazione simulando, così, grande agitazione ed un grande impegno.

La nostra realtà meridionale si sta spopolando come effetto di un mancato sviluppo dell’area: la peggiore soluzione della questione meridionale per la nostra realtà e per il Paese.

Le soluzioni potevano essere tre: la prima avrebbe dovuto prevedere uno sviluppo economico che assorbisse i circa 3 milioni di potenziali lavoratori per avvicinare il rapporto da 1 persona su 4 che lavora 1 su 2 del Regno Unito; la seconda avrebbe previsto di assistere con un sussidio da 700 € mensili coloro che fossero rimasti fuori dal mercato del lavoro, quei tre milioni nel Mezzogiorno o sette milioni nel Paese. Una soluzione di questo secondo tipo costerebbe però 25 miliardi per il Mezzogiorno o 56 miliardi per tutto il Paese, rendendo questa una soluzione non praticabile. La terza, infine, sarebbe quella di spopolare l’area in modo da abbassare il rapporto diminuendo il denominatore, portandolo dai 21 milioni di abitanti a 18 -19 in modo da portare il rapporto tra occupati e popolazione ad un valore più vicino 1 a 2 dei Paesi sviluppati.

Questa è l’unica strada che si sta percorrendo, considerato che ormai da una decina di anni il numero di occupati del Mezzogiorno, è fermo su quello zoccolo duro dei sei milioni dai quali non ci si riesce a discostare.

Evidentemente la soluzione non può essere richiesta esclusivamente alle classi dirigenti meridionali, ma anche al Governo del Paese che deve completare quelle condizioni di Stato minimo che consentano a tutta la Nazione di essere attrattiva. Tutto questo deve essere compreso dal Paese che deve anche riuscire ad avere quella visione di lungo periodo che serve. L’alternativa è quella di continuare ed approfondire quel declino che ormai da oltre vent’anni ci vede non più protagonisti ma figure di secondo piano nella scena mondiale!

Per far questo è necessario intervenire con un processo di riforme che riportino il Paese nella posizione che per storia, civiltà e cultura si merita.

Pietro Busetta